“Il pescatore” di Fabrizio De Andrè

Le metafore mi piacciono parecchio. Sono un po’ come la poesia, che cerca di migliorare la realtà. E così, non è un mistero, mi piacciono le metafore sulla pesca, forse ancor più della pesca stessa. Oggi ne ho ritrovata – o forse sarebbe giusto dire “ripescata” – una, che in molti conosceranno: “Il pescatore” di Fabrizio De Andrè. E qui vi ripropongo il testo:

All’ombra dell’ultimo sole

s’era assopito un pescatore

e aveva un solco lungo il viso

come una specie di sorriso.

Venne alla spiaggia un assassino

due occhi grandi da bambino

due occhi enormi di paura

eran gli specchi di un’avventura.

La, la, la, la, la, la, la, la, la, la, …..

E chiese al vecchio ‘Dammi il pane,

ho poco tempo e troppa fame’

e chiese al vecchio ‘Dammi il vino,

ho sete e sono un assassino’.

Gli occhi dischiuse il vecchio al giorno

non si guardò neppure intorno

ma versò il vino e spezzò il pane

per chi diceva ‘Ho sete, ho fame’.

E fu il calore di un momento

poi via di nouvo verso il vento

davanti agli occhi ancora il sole

dietro le spalle un pescatore.

Dietro le spalle un pescatore

e la memoria è già dolore

è già il rimpianto di un aprile

giocato all’ombra di un cortile.

La, la, la, la, la, la, la, la, la, la, …..

Vennero in sella due gendarmi

vennero in sella con le armi

chiesero al vecchio se lì vicino

fosse passato un assassino.

Ma all’ombra dell’ultimo sole

s’era assopito il pescatore

e aveva un solco lungo il viso

come una specie di sorriso.

Inutile aggiungere che è poesia, perché De André era un maestro. Inutile aggiungere che l’associare la pesca alla vita non è casuale. Che il tempo scorre come l’acqua del fiume, veloce. Che il silenzio della pesca è quasi religioso. Che l’acqua del fiume è lo specchio di noi stessi.

Bella la pesca. E, concludo dicendo, che andare a pescare è come cercare ogni volta un po’ di noi.

Baci amici di Buonapesca.